Sylvia Plath e la realtà (troppo) immaginata

Leggendo l’unico romanzo della poetessa Sylvia Plath, La campana di vetro, per tutta la prima metà del libro mi sono chiesta come mai questa donna patisse di istinti suicidi. A parte la bipolarità di cui soffriva, che di per sé da sola non basta a scatenare il desiderio di farla finita, leggendo ciò che scrive, ho avuto subito l’impressione di una donna spiritosa, che non si prende mai abbastanza sul serio, quindi, di una che riesce a ridersi addosso, si fa fatica a credere che non voglia più vivere. E fin qui tutto fila.

Nella seconda parte del romanzo l’autrice tenta di togliersi la vita un paio di volte ma viene salvata in tempo, ovviamente, essendo ancora lì a raccontarlo. (Si suiciderà davvero dieci anni dopo aver scritto quel romanzo).

Poi mi è venuto un dubbio, ho riletto alcuni passi delle sue storie e ho avuto un lampo. Ma come no, certo, la sua propensione al suicidio salta a chiare lettere per tutto il romanzo, basta farci un po’ d’attenzione. Ogni esperienza di cui parla è quasi sempre introdotta dalla frase: “credevo che quella cosa fosse…o, mi ero fatta l’idea di…o, mi immaginavo che…” insomma, ogni situazione che si trova a vivere è sempre da lei pronosticata in un certo modo, immaginata, quindi, quando si trova a viverla, ne ha quasi sempre una sorpresa, raramente positiva, quindi, Sylvia Plath viveva di continue delusioni, anche per le cose più stupide. Un esempio. Durante un breve periodo di volontariato in ospedale, viene assegnata al reparto gestanti e incaricata di consegnare loro i fiori regalati dai parenti. Il racconto comincia pressappoco così (più o meno): “immaginavo che, avendo appena partorito, le donne giacessero inerti e mezze morte nei loro letti, e invece, macchè, erano tutte intente a qualcosa, chi sfogliava riviste, chi lavorava a maglia e chi telefonava, tutto intorno un chiacchiericcio fitto fitto, sembravano pappagalli in una voliera”.

Insomma, ogni volta che Sylvia è in procinto di vivere un’esperienza se la immagina fin nei minimi particolari, ricca di dettagli – sempre sbagliati – ovvio che tutto ciò è destinato a generare delle forti delusioni e, alla lunga, a dar luogo a depressioni.

Certo, l’immaginazione è a volte un processo che parte in automatico, difficile da disinnescare, molto attivo soprattutto nei creativi, poeti o scrittori, quella sorta di “spirito d’osservazione “ che il lettore tanto ammira in certi autori, altro non è che questa capacità di anticipare ciò che sta per succedere, facendolo già vivere nella nostra mente, ma che spesso si scontra con la realtà. Difficilmente chi immagina crea un mondo reale, ma spesso è un mondo ricco di sue proiezioni personali, che, se non ben gestite, rischiano di procurarci delusioni cocenti.

L’ideale sarebbe invece lasciarsi andare agli eventi, non aspettarsi mai nulla di particolare, prendere al volo ciò che si trova, chissà che non sia questa la ricetta della vera felicità.

 

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I colori delle donne

Che uomo e donna siano due entità spesso difficili da mettere d’accordo lo sappiamo tutti, che abbiano un diverso modo di sentire e di percepire è notorio.

La percezione dei colori, ad esempio: non a caso il daltonismo, e cioè quella tara genetica che impedisce di distinguere  le corrette tonalità, è esclusivamente maschile.

Anche gli odori vengono percepiti in modo sottilmente più preciso dalle donne. Probabile che tutto ciò faccia parte di quel corredo necessario a tutte noi  qualora ci capiti di fare un figlio: odori, colori, e anche suoni debbono essere correttamente percepiti e decodificati per accudire al meglio il piccolo, per sentirlo subito quando piange, per capire al volo, dal suo colorito, se sta in salute, ecc.

Dunque, tra le abilità femminili, c’è una grande capacità di cogliere al volo anche le più impercettibili sfumature di colore.

Da bambina ero sempre incuriosita da questo strano dono tipicamente femminile: quando accompagnavo la mia mamma a  fare acquisti, assistevo a discettazioni interminabili, specie con le commesse dei negozi d’abbigliamento, sulla differenza, a volte davvero impercettibile, tra due punti di rosa shocking di  una camicetta: quale era quello che “sbatteva” meno e “donava “ di più al viso, oppure non strideva con il marrone bruciato (ma non troppo), di una gonna. Un mondo a parte, quello dei colori delle donne, inaccessibile all’approssimativa percezione maschile, capace di farmi sorridere quando, ad esempio, mi divertivo a chiedere al fidanzato di allora, di che colore fossero le fucsie: “ rosso fuoco”, mi rispondeva.

E poi ci meravigliamo se non andiamo d’accordo sul modo di intendere i sentimenti. Se è vero che a ogni sentimento corrisponde un colore…